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Kōlam, l'antica arte indiana che coinvolge mitologia, matematica e riso

Pubblicato il giorno 14/05/2020 alle ore 12:27
Prima che anche i più tenui raggi di sole inondino le città di Chennai o Madurai, le donne del Tamil Nadu, India, sono già in piedi. Nel buio, spazzano bene la soglia di casa, e vi disegnano dei bei motivi chiamati kōlam, utilizzando principalmente la farina di riso.
Il pavimento all'entrata della casa è la tela su cui le donne tracciano i loro disegni, prendendo un po' di farina di riso da una scodella (o da un guscio di cocco). Pian piano, i motivi geometrici prendono forma: linee curve, anelli labirintici intorno a puntini rossi o bianchi, frattali esagonali, pattern floreali che ricordano il loto, simbolo della dea della prosperità Lakshmi. È proprio per lei che il kōlam viene designato, ed è come una preghiera illustrata. Molti artisti kōlam vedono questa pratica anche come un'offerta alla dea della terra, Bhūdevi.


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Il kōlam non è soltanto una preghiera: è anche una metafora della convivenza tra uomo e natura. La mitologia indù comprende la credenza che esista l'"obbligo karmico" di "nutrire migliaia di anime". Per offrire cibo a quelli che vivono tra noi, la farina di riso viene messa a disposizione di insetti, formiche e uccellini, in un "rituale di generosità" nei confronti tanto delle divinità quanto della natura.
La parola kōlam significa "bellezza". Incorpora una simmetria perfetta di linee rette e curve tracciate intorno a griglie di punti. Molto spesso sono proprio questi a venire per primi, e ciò richiede una grande precisione. Nella filosofia indù, il punto rappresenta l'inizio della creazione: è simbolo del cosmo: utilizzando solamente la punta del dito e la farina di riso è così possibile evocare qualcosa di molto potente.
Alcuni kōlam rappresentano l'infinito, con una linea continua che si interseca su sé stessa in figure che incarnano uno stile chiamato pulli. Questo kōlam simboleggia la nascita e la rinascita, uno dei concetti fondamentali della mitologia indù.

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Curiosamente, anche i matematici e gli informatici hanno studiato il kōlam, perché è un esempio inusuale di idee matematiche in un contesto culturale. Un esempio di studi sul kōlam sono quelli di Marcia Ascher, dell'Ithaca College, New York. Le sue ricerche afferiscono alla branca dell'etnomatematica, un campo di studio che combina antropologia e matematica. Secondo lei, il kōlam è una delle poche tradizioni indigene che hanno contribuito allo sviluppo della matematica occidentale.
Forse gli artisti kōlam non pensano in termini matematici, ma la natura ricorsiva delle loro opere e i design complessi affascinano gli studiosi, perché illustrano alcuni principi matematici fondamentali. Ad esempio, i frattali ricorrenti nei disegni sono stati accostati a modelli matematici come il triangolo di Sierpinski, un frattale di triangoli equilateri ricorsivi.
Le opere kōlam possono essere studiate, dagli studiosi delle teorie dell'informazione, come linguaggi ad immagini (picture languages), che, come i linguaggi naturali e quelli di programmazione, sono composti da un insieme di unità di base e da regole formali che mettono insieme queste unità.
In ogni caso, gli artisti descrivono il processo creativo come intuitivo e piacevole. La tradizione, come molte altre, è in lento declino, ma vengono indetti diversi festival per permettere agli artisti di mostrare le proprie opere.
Nei secoli, il kōlam è stato un potente mezzo espressivo per le donne Tamil, perché evoca un vero e proprio modo di stare al mondo, una benedizione volta ad una casa e ad una vita felici. Anche alcuni uomini si dedicano al kōlam, ma è storicamente una pratica principalmente femminile.
La natura effimera dei disegni è voluta: sbiadiscono man mano che il giorno si spegne. Il passaggio di visitatori, di piccoli insettini e di animali selvatici disperdono man mano il motivo, ma prima ancora che un nuovo giorno possa nascere, un nuovo kōlam verrà tracciato.

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