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L'architetta degli Iowa che documenta quelle che un tempo erano le residenze degli schiavi

Pubblicato il giorno 21/07/2020 alle ore 12:06
Nella Warren County, Virginia, c'è una storica magione chiamata Mount Zion, risalente al 1771. Qualche tempo fa gli attuali inquilini della casa stavano pulendo il garage quando si sono imbattuti in un pezzo di carta ingiallito. Venne rinvenuto un documento antico, macchiato dalla muffa ma ancora leggibile. Era l'atto di vendita di una ragazza chiamata Chalotte (o forse Charlotte, con la "r" consumata dal tempo).

Questa scoperta è tanto abominevole quanto poco inaspettata. Laggiù, in quell'edificio che adesso è il garage, un tempo vivevano gli schiavi.
Nel 2017 i residenti di Mount Zion hanno condiviso il documento ritrovato, insieme ad un altro che riportava la vendita di un uomo senza nome, con Jobie Hill, architetta della conservazione di Iowa City. Hill era andata a Mount Zion per compiere indagini per il suo progetto Saving Slave Houses. Voleva capire quanto, della storia di quella che un tempo era la residenza degli schiavi, oggi è preservato.

Una famiglia Afro-americana davanti alle residenze degli schiavi alla  Hermitage Plantation di Savannah, Georgia
Una famiglia Afro-americana davanti alle residenze degli schiavi alla Hermitage Plantation di Savannah, Georgia // Pubblico Dominio


Dal 2012 a questa parte, Jobie Hill ha analizzato centinaia di strutture che, secondo lei, un tempo erano utilizzate come abitazioni per gli afro-americani ridotti in schiavitù. Molto spesso gli edifici non portano alcune traccia visibile del loro passato: quasi tutti sono stati convertiti in garage, uffici o addirittura bed and breakfast. Alcuni sono caduti in rovina o scomparsi completamente, lasciando soltanto una depressione nel terreno.

Una casa di schiavi a Ivy Cliff, Bedford County, Virginia. Questo sito venne documentato dal Virginia Slave House Project.
Una casa di schiavi a Ivy Cliff, Bedford County, Virginia. Questo sito venne documentato dal Virginia Slave House Project.
Una cabina che accoglieva gli schiavi alla Green Hill Plantation di Campbell County, Virginia. Foto 1 del 1933 (Pubblico Dominio). Foto 2 del 2014 (Jobie Hill)
Una cabina che accoglieva gli schiavi alla Green Hill Plantation di Campbell County, Virginia. Foto 1 del 1933 (Pubblico Dominio). Foto 2 del 2014 (Jobie Hill)


Hill vuole realizzare una raccolta che preservi quelli che un tempo erano gli spazi degli schiavi, accoppiando le case con le storie delle persone che un tempo le abitavano. Si tratta di un progetto senza precedenti, ben accolto dagli studiosi esperti degli orrori della schiavitù negli Stati Uniti.
"La schiavitù è in gran parte invisibile nell'attuale panorama del Sud, e dunque facile da ignorare e dimenticare" scrive lo storico Damian Pargas, dell'Università di Leiden, ad AtlasObscura.

Henry Robinson, un tempo schiavo. Foto scattata tra il 1937 e il 1939
Henry Robinson, un tempo schiavo. Foto scattata tra il 1937 e il 1939 // Pubblico Dominio
Le residenze degli schiavi a Bracketts Farm di Louisa County, Virginia
Le residenze degli schiavi a Bracketts Farm di Louisa County, Virginia // Pubblico Dominio
Una residenza a Bracketts Farm ritratta oggi.
Una residenza a Bracketts Farm ritratta oggi. // Jobie Hill


Il progetto dell'architetta Hill è nato nel 2012, mentre stava lavorando a un progetto di tesi in architettura della conservazione, impiegata nell'Historic American Buildings Survey (HABS), un programma federale avviato nel 1933 con l'obiettivo di documentare costruzioni significative negli Stati uniti. Tra gli altri, il programma aveva registrato 485 residenze di schiavi, soprattutto negli anni '30 e '40. Quasi sempre, però, le strutture erano incluse per caso, ad esempio sullo sfondo di una foto che ritraeva l'edificio principale. Inoltre era raro che le case degli schiavi venissero contrassegnate come tali. Ma non è difficile riconoscerle: basta notare il loro posizionamento e le piccole dimensioni. Alla luce di questi due dati, basta rilevare la presenza di un caminetto o di un comignolo per essere sicuri che un tempo l'edificio era usato come abitazione. Jobie Hill ricorda anche che le persone ridotte in schiavitù a volte vivevano direttamente nelle cucine in cui lavoravano.

L'architettura delle abitazioni è varia, passando da cabine composte da una stanza singola a grandi dormitori. Molte, però, sono costruite con semplici tronchi d'albero. Le persone erano costrette a vivere in condizioni terribili: i letti erano fatti di fieno e corda, e i camini erano fatti di fango, e tendevano a riempire la stanza di fumo. Nonostante la pericolosità degli ambienti, gli schiavisti di alcune piantagioni, come Beatrice Manor del Kentucky, li chiudeva a chiave.

Un'abitazione degli schiavi convertita in un ufficio nella proprietà Van Dorn Claiborne County, Mississippi.
Un'abitazione degli schiavi convertita in un ufficio nella proprietà Van Dorn Claiborne County, Mississippi. Foto 1 Pubblico Dominio. Foto 2 Jobie Hill


Jobie Hill considera sacri questi luoghi. "Era nella vita domestica, al riparo dagli occhi e della frusta del guardiano, che i prigionieri africani potevano affermare quel poco di libertà che gli rimaneva" scrive l'archeologa Whitney Battle-Baptiste.
I soffitti erano bassi, e la luce del sole arriva scarsamente. Oggi alcune delle case hanno tubature, finestre o aria condizionata, e sono decisamente più abitabili. In caso contrario, l'aria è viziata e stagnante.
Le costruzioni sono di solito di qualità sorprendentemente buona: molti schiavi erano carpentieri abili, e dovevano anche realizzare le magioni principali degli schiavisti. Per le proprie abitazioni agli schiavi era concesso l'uso di pochi strumenti, ma riuscono a realizzare edifici incredibilmente resistenti. "Era uno dei modi per opporre resistenza". Gli schiavisti non volevano che queste costruzioni sopravvivessero a lungo, ma il fatto che ancora oggi sono in piedi dimostra le capacità delle persone a cui avevano tolto la libertà.

Anche in case che oggi hanno cambiato veste si trovano tracce silenti delle persone che un tempo ci vivevano. Alla Roseville Plantation vicino ad Aylett, Virginia, la Hill ha visitato una cucina con un solaio in cima a delle scale, dove vivevano gli schiavi. Ha notato una piccola bruciatura nelle travi di legno, probabilmente causata da un pezzetto di cenere incandescente sfuggita dal fuoco mentre la famiglia stava dormendo.

Una cabina ricostruita da Jobie Hill a Monticello
Una cabina ricostruita da Jobie Hill a Monticello // Jobie Hill



Il progetto di Jobie Hill: Saving Slave Houses

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