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21 grammi: il dottore che cercò di misurare il peso dell'anima
Molti di coloro che aderiscono a una religione hanno fede nella vita eterna. Credono che l'essere umano non sia pura carne, ma che contenga qualcos'altro, una forza in grado di trascendere l'esistenza terrena.
Molti di coloro che aderiscono a una religione hanno fede nella vita eterna. Credono che l'essere umano non sia pura carne, ma che contenga qualcos'altro, una forza in grado di trascendere l'esistenza terrena. La morte non è una fine, ma una trasformazione, che permette di raggiungere un livello superiore (per molti, un livello più vicino al Creatore stesso). La maggior parte di noi chiama questa forza "anima". L'anima sarebbe "l'essenza non materiale, il principio animatore, la causa attuatrice della vita individuale".
Ma questa "scintilla della vita" rimane un oggetto di fede. Nel senso che non c'è nessun modo di dimostrare la sua esistenza. Non può essere vista, né udita, né toccata o assaporata, e questo genera molti dubbi su cosa sia e dove sia, effettivamente, l'anima. Senza l'anima, la morte è solo la morte. E questo mette sicuramente molta ansia al pensiero di cosa accada alla nostra unica individualità e alla coscienza quando moriamo.

Questa premessa era necessaria per inquadrare cosa portò il dottor Duncan MacDougall a condurre un esperimento che, ormai, è conosciuto da molte persone come quello dei "21 grammi". Il dottor MacDougall era intriso dei valori e della cultura della dottrina cristiana, nel Massachusetts di inizio Novecento.

Il fisico Duncan MacDougall
Il fisico Duncan MacDougall // Wikimedia // PD


Egli aveva formulato un'ipotesi fondamentale, da cui partì quello che fu uno degli esperimenti più bizzarri della storia. Secondo lui l'anima è materiale, e in quanto tale ha una massa. Quindi, quando l'anima lascia il corpo, si potrebbe notare una certa diminuzione di peso, proprio nel momento in cui l'essenza vitale si separa dalla carne.
Duncan MacDougall, cercando di determinato "se le funzioni psichiche continua ad esistere come un'individualità separata dopo la morte del cervello e del corpo", costruì un letto speciale nel suo ufficio, collegato a un delicatissimo strumento con scala ad once.
Nel letto, mise – uno dopo l'altro – sei pazienti nelle fasi finali di una malattia terminale (quattro malati di tubercolosi, uno di diabete e uno di una malattia non specificata). MacDougall li osservò prima, durante e dopo la morte, misurando ogni più piccolo cambiamento nel loro peso. Cercò di eliminare ogni spiegazione fisiologica possibile.


"Il comfort del paziente era curato in ogni modo, anche se praticamente moribondo quando era messo sul letto. Perse peso lentamente, al ritmo di un'oncia per ora a causa dell'evaporazione dell'umidità nel respiro e nel sudore. […] Alla fine delle tre ore e quaranta minuti è spirato e, in coincidenza con la morte, la scala della bilancia cadde con un colpo udibile sulla barra inferiore, rimanendo lì senza risalire. La perdita è stata accertata essere di tre-quarti di oncia.
Questa perdita di peso non può essere dovuta all'evaporazione dell'umidità respiratoria e del sudore, perché era già stato determinato che, nel suo caso, questa andava al ritmo di un sesto di oncia per minuto, mentre questa perdita fu improvvisa e grande, tre quarti di oncia in pochi secondi.


Tre quarti di oncia – lo avrete già capito – corrispondono ai famosi 21 grammi (21,3 per essere precisi).
Duncan MacDougall ripeté l'esperimento con quindici cani, osservando che i risultati erano "uniformemente negativi". Questo confermava la sua ipotesi che la perdita di peso osservata negli umani fosse dovuta alla separazione dell'anima dal corpo, visto che (secondo il suo credo religioso) gli animali non hanno anima.
Tra le altre cose, bisogna appuntare il medico venne successivamente accusato di aver avvelenato i cani per condurre gli esperimenti con più facilità.
Nel marzo del 1907 i risultati di MacDougall vennero pubblicati sul New York Times e sul giornale di medicina American Medicine, provocando quello che l'autrice Mary Roach in seguito definì un "acido dibattito".

La pagina del New York Times
La pagina del New York Times // Wikimedia // PD


Il problema nei risultati dell'esperimento dei "21 grammi" sono vari. Innanzitutto, non erano affatto coerenti tra di loro. Se il primo soggetto, infatti, vide una perdita di 21 grammi al momento della morte, per gli altri non fu proprio lo stesso. Di 6, infatti, due vennero scartati, uno mostrò una perdita immediata di peso, due mostrarono un'immediata perdita che però aumentò progressivamente con il passare del tempo, e uno mostrò una perdita che si tradusse poi in una oscillazione.
Un altro grande problema è che, potenzialmente, l'errore di misurazione è altissimo. MacDougall e i suoi colleghi ebbero, in alcuni casi, anche difficoltà a individuare il momento preciso della morte (fattore chiave per l'esperimento). Infine, il campione era troppo ristretto per poter considerare i risultati significativi.

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Benché il dottore abbia ammesso, successivamente, che questo esperimento avrebbe dovuto essere replicato molte volte per poter trarre conclusioni, non negò mai la validità dell'esperimento. Ma non sembra aver fatto nuove scoperte dopo quella dei 21 grammi, o almeno non così spettacolari da essere riportate sul New York Times.
La sua eredità, però, vive nella credenza popolare che l'anima umana pesa 21 grammi. Purtroppo, rimane una leggenda, perché la scienza non l'ha mai dimostrato. Nel 2003 è uscito un film dal titolo "21 grammi", ispirato al mito di Duncan MacDougall.
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