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Tutta Colpa delle Parole

Gli esperimenti psicologici che hanno dimostrato perché gli umani compiono così facilmente cattive azioni

Pubblicato il giorno 31/12/2017 alle ore 13:41
La storia dell'uomo è segnata da eventi terribili. Guerre, stermini, dittature sanguinarie, omicidi. Se ci si sofferma su un libro di storia ci si può ritrovare a chiedersi come è possibile che così tanti uomini siano stati capaci di commettere crudeltà a sangue freddo, ignorando totalmente la sofferenza inferta agli altri esseri umani.
Nel XX secolo l'esplosione della psicologia ha portato a condurre diversi esperimenti che hanno svelato il lato più crudele dell'uomo, ma soprattutto hanno svelato che la cattiveria si cela dentro ognuno di noi, e che a volte è inconsapevole. Abbiamo meno controllo sulle nostre azioni di quello che pensiamo.

I seguenti esperimenti psicologici potrebbero cambiare un pochino la vostra visione dell'uomo. Siete pronti?

Milgram: le cattive azioni compiute per obbedire all'autorità


esperimento di Milgram
Il primo esperimento è un grandissimo classico della psicologia sociale, ed è molto probabile che ne abbiate già sentito parlare.
Stanley Milgram, negli anni '60, ha dimostrato che molte persone possono compiere cattive azioni soltanto per obbedire ad una autorità "superiore" che glielo ordina, assumendosi la responsabilità del fatto.
Milgram ha raccolto dei volontari per l'esperimento, fingendo di condurre un esperimento sull'apprendimento.
Un complice di Milgram doveva fingere di essere il soggetto dell'esperimento, recitando la parte di una persona che doveva memorizzare alcune cose. Il vero soggetto sperimentale (il volontario) veniva convinto che doveva "aiutare" lo sperimentatore (Milgram) impartendo delle punizioni al finto soggetto sperimentale, che avrebbero influito sul compito di memorizzazione.
Il punto è proprio questo: il volontario accettava di somministrare scariche elettriche (in realtà, ovviamente, finte: il complice di Milgram fingeva di soffrire), soltanto perché lo sperimentatore glielo chiedeva.
Magari alcuni si mostravano reticenti, ma lo psicologo gli diceva di non preoccuparsi: faceva parte dell'esperimento, e lui garantiva di prendersi la responsabilità. Milgram si presentava come una fonte di autorità che portava i suoi volontari a somministrare scariche elettriche sempre più forti. Alcuni arrivavano ad accettare di impartire scariche fortissime, che generavano urla di dolore (simulate) da parte del complice.
L'esperimento di Milgram ha generato moltissime discussioni, e qualche controversia. Ma rimane una pietra miliare della psicologia sociale che ci ha insegnato una lezione importantissima, e ha dato il via ad altri esperimenti che ci hanno permesso di capire perché le persone compiono cose cattive: se c'è una fonte autorevole che glielo chiede, su cui è possibile scaricare la responsabilità... è facile.

Bandura: è tremendamente facile insegnare ai bambini ad essere aggressivi


Albert Bandura (che in seguito ha sistematizzato i "meccanismi che portano alla malvagità umana", di cui parliamo in coda all'articolo) ha dato un suo grande contributo con la teoria dell'apprendimento sociale. Ha dimostrato che il comportamento viene appreso per imitazione molto più di quanto si pensasse (il suo esperimento risale agli anni '60, come quello di Milgram).
Nel paradigma della bambola Bobo ha diviso dei bambini in tre gruppi. Un gruppo vedeva la scena di un adulto che giocava con una bambola (chiamata Bobo), un altro gruppo vedeva un adulto insieme ad una bambola senza fare nulla. Un terzo gruppo vedeva un adulto che compiva azioni aggressive nei confronti del pupazzo Bobo. Quando i bambini venivano lasciati da soli con Bobo, il loro comportamento era incredibilmente influenzato da quello che avevano visto in precedenza.
L'esperimento di Bandura ha insegnato (o quantomeno avrebbe dovuto) che nell'educazione di un bambino i modelli sono molto, molto più importanti di ricompense e punizioni.


Zimbardo: le influenze situazionali possono generare più cattiveria di quelle temperamentali


esperimento carcerario di stanford
Un'altra importantissima lezione, che, se fosse stata seguita a dovere, avrebbe forse cambiato l'intero sistema giudiziario del mondo occidentale, è quella di Philip Zimbardo.
La scoperta di Zimbardo ha sorpreso persino lui. Lo psicologo sociale voleva condurre un esperimento sugli ambienti carcerari, ma i suoi risultati si sono spinti molto oltre. La vicenda è ricordata come l'esperimento carcerario di Stanford.
Era il 1971. Zimbardo e i suoi colleghi hanno selezionato un gruppo di studenti, sottoponendoli a diversi test di personalità per escludere qualsiasi individuo con tratti di psicopatia, sadismo, eccessiva aggressività o altri tipi di disturbi. Insomma, i soggetti sperimentali erano tutte persone che rientravano nei parametri della normalità psicologica.
Gli sperimentatori hanno dunque diviso arbitrariamente i soggetti in due gruppi. Un gruppo di persone assunse il ruolo delle guardie carcerarie; l'altro assunse quello di prigionieri.
Zimbardo inscenò anche il momento dell'arresto con grande realismo. I "prigionieri" vennero condotti in una prigione simulata negli scantinati del dipartimento di psicologia di Stanford, dove furono spogliati e forniti di divisa carceraria.
Anche se lo psicologo si premurò di vietare comportamenti troppo violenti, disse alle "guardie" di mantenere l'ordine tra i prigionieri nella maniera più efficace possibile.
Quello che successe, già nei primi giorni dell'esperimento, fu che i ruoli ebbero la meglio sulle persone.
Chi si trovò nei panni del prigioniero - costretto a dormire in celle strette, in letti scomodi, senza poter fumare o mangiare fuori dai pasti, con la necessità di chiedere il permesso per andare in bagno - diventò sottomesso e/o ribelle.
Le guardie, invece, nella loro uniforme e con gli occhiali riflettenti che permettevano di rivolgersi ai prigionieri senza guardarli negli occhi, escogitarono punizioni sempre più forti per "mettere in riga" i detenuti. Ad esempio, tolsero le coperte e i materassi, revocarono i permessi per fumare e andare in bagno, svegliarono i detenuti nel mezzo della notte per obbligarli a fare flessioni, chiusero i più ribelli nel ripostiglio di isolamento.
Alla fine, dopo non più di cinque giorni, le coercizioni psicologiche delle guardie avevano annullato la volontà dei detenuti, che si erano dimenticati che quello era solo un esperimento. Obbedivano e subivano passivamente ogni punizione. L'esperimento venne interrotto quando i carcerieri cominciarono a manifestare del vero e proprio sadismo (che, ricordiamo, non era per nulla inscritto nel loro temperamento), costringendo i prigionieri a simulare atti sessuali.
L'esperimento è stato criticato a lungo, perché ha lasciato delle impronte psicologiche molto negative su alcuni dei soggetti sperimentali. Ma ha permesso a Zimbardo di dimostrare che la cattiveria umana a volte sta nelle situazioni in cui le persone vengono calate, e non per forza nelle persone stesse.
Il risultato è spiazzante e incredibile, e molti di voi staranno pensando che, nella medesima situazione, non avreste introiettato così tanto i ruoli di guardia o di detenuto. Ma nell'esperimento di Zimbardo soltanto una o due guardie hanno evitato di cadere in comportamenti esagerati e in torture psicologiche verso i detenuti. Alcune guardie svilupparono un grande sadismo; altre, invece, seguirono le prime in modo passivo, avallando di fatto i comportamenti malvagi, anche soltanto per non fare la figura dei "deboli".
Zimbardo ha potuto ricondurre al quadro dell'esperimento di Stanford e delle influenze situazionali i terribili avvenimenti del carcere di Abu Ghraib, vicino a Baghdad, dove nel 2004 i soldati americani torturarono e umiliarono i prigionieri. Senza togliere, però, le responsabilità individuali. Ma spiegando come e perché nasce l'inferno in terra.
Zimbardo raccoglie e spiega nel dettaglio l'esperienza dell'esperimento carcerario di Stanford in L'effetto Lucifero (clicca per comprarlo su Amazon).

Il caso di Kitty Genovese e perché le persone non aiutano chi è in pericolo


Non si tratta di un esperimento, ma di un triste caso di cronaca che ha spinto la ricerca su un pericoloso fenomeno psicologico che porta le persone a non aiutare chi è in pericolo.
Kitty Genovese era una ragazza che è stata uccisa in un quartiere affollato, dove tutti hanno udito le sue grida di aiuto... Ma nessuno ha chiamato la polizia. Perché?
Il fenomeno è quello della diffusione della responsabilità: ognuno degli abitanti del quartiere ha semplicemente pensato che qualcun altro avesse già chiamato i soccorsi per la ragazza.
Se vi trovate in una brutta situazione, ricordate di focalizzare la responsabilità, chiedendo aiuto a una o due persone specifiche.


Bandura e il disimpegno morale: perché diventiamo cattivi


Tra gli altri, Albert Bandura ha sistematizzato i meccanismi del disimpegno morale, quelli che ci portano a rischiare di compiere azioni malvagie.
La dislocazione della responsabilità ci permette di liberarci dal senso di colpa, liberandoci dalla responsabilità delle nostre azioni. Ad esempio, nell'esperimento di Milgram la responsabilità viene dislocata sull'autorità, che assicura che va bene somministrare scosse elettriche al finto soggetto sperimentale: alla fine è l'esperimento che lo prevede.
La diffusione della responsabilità: quando la responsabilità è di tutti, non è di nessuno. Questo può portare a conseguenze disastrose, come nel caso di Kitty Genovese.
La giustificazione morale permette di ri-concettualizzare le azioni per vederle in un quadro positivo. Così, la tortura (che è sempre e comunque inaccettabile) per alcuni diventa auspicabile se serve a proteggere un bene superiore, come la nazione (torturare per avere informazioni nemiche) o la religione (abbiamo fin troppi esempi al riguardo).
La deumanizzazione e l'etichettamento eufemistico modificano la percezione della vittima. Negare l'umanità a un gruppo sociale può portare a conseguenze orribili. Nessuno dovrebbe essere MAI privato della propria umanità. I nazisti, ad esempio, erano abili deumanizzatori. Gli ebrei venivano paragonati a insetti, a piaghe, a demoni, a malattie. E il loro sterminio venne etichettato in modo eufemistico: "soluzione finale", che sembra più accettabile di genocidio, massacro, tortura; "pulizia" al posto di omicidio; "custodia preventiva" per indicare gli arresti.




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